Maus, il fumetto che vinse il Premio Pulitzer

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Tra i tanti fumetti pubblicati solo uno può fregiarsi di aver vinto il premio Pulitzer, la più alta onoroficenza letteraria: Maus di Art Spiegelman. Quest’opera è considerata uno dei migliori fumetti della storia.
Negli anni ’80 vi fu una grande rivoluzione del media fumettistico, e si crearono due grandi vertenze: il genere superoistico dedicato ad un pubblico adulto – con titoli come Watchmen di Alan Moore e Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller – e quello del fumetto indipendente e autobiografico che ha come icona Maus. Spiegelman è forse l’autore che più di ogni altro ha fatto sì che il fumetto transitasse da semplice media di intrattenimento a fenomeno intellettuale.

Autoritratto dell'autore
         Autoritratto dell’autore 

10.-Les-cochons-dans-le-Maus-d-Art-Spiegelman_portrait_w858La peculiarità più rilevante è che i personaggi vengono rappresentati come animali antropomorfi differenziati per razza: gli ebrei come topi, i nazisti come gatti,  i polacchi non ebrei sono maiali, i francesi rane e gli americani come dei cani. L’opera è stata pubblicata dal 1977 al 1991 nella rivista sperimentale Raw (fondata dallo stesso Spiegelman) e poi pubblicata in volume. Ha vinto numerosi premi e i più importanti sono stati il già citato Pulitzer, l’Eisner e l’Harvey, tutti e tre vinti nel 1992.
Maus ha due filoni. Quello principale, è la storia di Vladek Spiegelman – il padre Art_Spiegelman_-_Maus_(1972)_page_1_panel_3dell’autore – dalla gioventù negli anni ’30 fino alla sua vita a Auschwitz. Il secondo, la relazione difficile e complessa e dolorosa tra l’autore e suo padre. Le vicende si svolgono tra 1933 e 1944 e la visita di Art a Vladek a fine degli anni ’70. La storia ambientata in Polonia racconta di come Vladek conosce Anja (la madre di Art), l’arrivo dei nazisti, la vita nel ghetto, la morte atroce di suo figlio Richieu, le persecuzioni e gli orrori dei campi di concentramento di Auschtwitz e Birkenayu fino alla fine della guerra. La storia che ha luogo a New York, racconta la relazione di Art con suo padre, un uomo profondamente alterato per via della sua esperienza da sopravvissuto, che vive con la sua seconda moglie Mala, sposata dopo il suicidio di Anja nel 1968. Vladek, appare come la caricatura dell’ebreo avaro: vive maltrattando Mala temendo che lo derubi, vuole sempre le attenzioni di suo figlio e ha una relazione patologica con il risparmio: non può buttare via i suoi oggetti. Ha però bruciato ciò a cui suo figlio teneva di più: i diari di sua madre. Il primo volume si chiude con la terribile parola “assassino” con cui Art qualifica suo padre per la perdita dei diari. Nel secondo volume l’autore ci mostra i suoi dubbi: uno dei quali se stia speculando attraverso la sua opera sull’Olocausto: ha diritto un autore a guadagnare attraverso questo orrore?

Se la storia narrata era già azzardata per i canoni degli anni ’80, le strategie narrative lo sono ancora di più. La prima, è quella già accennata della resa degli animali antropomorfi. Da qui la tradizione dei “funny animals” delle storielle e del cinema di animazione: non è un caso che il bambino della prima versione di Maus si chiamasse Mickey. Dall’altra parte un luogo comune antisemita di cui Spiegelman si appropria: la rappresentazione degli ebrei come topi, molto diffuso nei discorsi e nelle caricature dei periodici nazisti. In termini più generali, l’autore riprende la divisione ariana degli uomini in specie. Lo stesso Hitler, nei passi più deliranti del suo Mein Kampf, chiamava gli ebrei con sommo disprezzo “ratti” e dichiarava che il popolo tedesco era “il nemico naturale di questa orrenda infestazione”. Spiegelman, in un’intervista, afferma: “I simboli che uso per le diverse nazionalità in questo libro non sono i miei. Li ho presi in prestito dai Tedeschi (…) Il vero soggetto del libro è l’uguaglianza tra gli esseri umani. E’ una follia separare nettamente le cose con demarcazioni di carattere nazionale o razziale”.

mausIl disegno estremamente semplice, sporco, a tratti grezzo, è lontano dall’espressività degli animali buffi.  Nel bianco e nero (più nero che bianco in verità) di “Maus”, topi e gatti sono agli antipodi dal buonismo di Walt Disney, o ai tratti violenti quanto surreali del fumetto supereroistico. maus_4_bigSpiegelman cerca di ricreare anche l’oscura atmosfera culturale del periodo che voleva raccontare, unendo un senso di disagio e sofferenza ad una graffiante cattiveria espressiva, indispensabile per descrivere l’orrore. Per le pose “è evidente l’influsso del fumetto underground: le figure non sono affatto dinamiche, anzi appaiono quasi congelate, fisse, come incise sulla carta. Questo caratteristica, precipua del fumetto metropolitano americano,
si rifaceva all’enorme impatto visivo delle testate di giornale e dei murales. Per sottolineare ulteriormente questa fissità l’autore decide di ridurre al minimo l’uso delle linee cinetiche, e questo contribuisce a far sembrare ogni vignetta una fotografia in bianco e nero: un ricordo, appunto”.
Maus è un’opera che non può non essere letta. Non è esclusivamente una storia sopra l’Olocausto ma una storia di uomini (o sarebbe meglio dire animali?), sul rapporto tra padre e figlio e sui sentimenti umani spaziando dall’amore fino all’odio e le brutalità ingiustificate di cui è capace solo la nostra “razza”.

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